Le Voci…. van veloci: spunti di storia delle allucinazioni uditive (e della ricerca reggiana)

“Quando uno le sente, le sente e basta”

“Mi dicono: -sei puzzolente! Se allarghi le gambe si sente puzza dei tuoi genitali!- Un parente mi dice che vorrebbe vedermi morta, mi odia, vuole vedermi marcire. Le sembra giusto che debba sopportare tutto questo?”

” Erano voci infernali. Bestemmiavano. (…) Sapevano tutto di me. Però quando mi hanno spiegato che erano voci dell’inconscio, ho pensato che non bestemmio così neppure nell’inconscio!”

” Non è giusto! Io voglio pensare quello che voglio! Gli dico: Basta! E lui mi dice che non basta ancora, che devo ascoltarlo ancora per qualche giorno”

“Ormai è acqua passata. Basta non fare troppo rumore… non parlarne tanto”

Sono queste alcune voci di chi sente le voci. Ma rimangono ancora in sordina, perchè, per loro propria definizione, le allucinazioni sono PERCEZIONI SENZA OGGETTO: ovvero io percepisco qualcosa che, in vero, non è percepibile perchè non presente a me ed alla realtà. Per questo motivo chi sente le voci spesso non ne parla: il vissuto allucinatorio esclude questa possibilità dal momento in cui non esiste l’oggetto della percezione e dell’esperienza. Tuttavia, grazie anche ad alcune testimonianze, non si è mai ignorata l’esistenza di tale fenomeno. Le descrizioni dell’antica Grecia hanno influenzato il pensiero clinico fino alla seconda metà dell’Ottocento: Platone ed Aristotele ne osservavano un legame con le immagini oniriche e questo portò gli illuministi a pensare che le allucinazioni, come i sogni, potessero essere dovute ad una disinibizione di centri neuronali con conseguente liberazione di impulsi nervosi. Nonostante questa visione quasi romantica delle allucinazioni, anche loro, come tutte le patologie mentali e non solo, hanno risentito del Medioevo e delle sue rispettive proposte di “trattamento”: trapanazione del cranio, rogo per stregoneria… erano solo alcuni dei metodi usati in tale epoca qualora ci si fosse imbattuti in un uditore di voci. A mano a mano che le conoscenze si ampliavano in campo clinico, certo si è arrivati a guardare a loro in modo differente ma non illudiamoci che il pregiudizio sia rimasto in epoche remote: la maggior parte della popolazione quando sente parlare di schizofrenia ha in mente scene sicuramente poco rassicuranti, magari tratte da film o anche solo dalla fantasia. Beh possiamo dire, a proposito, che, se da un lato, empiricamente, possiamo tranquillizzare sulla pericolosità delle persone che soffrono di schizofrenia (sono molto più pericolose le persone “normali”!), dall’altro è difficile spiegare il fenomeno allucinatorio, proprio per mancanza ancora di dati attendibili e ciò comporta il mantenimento di un alone di mistero che può continuare ad alimentare trame fantascientifiche.

Sfatiamo intanto qualche mito:

prima di tutto la maggior parte dei fenomeni di allucinazioni nelle patologie psichiatriche sono di tipo uditivo, non visivo. Quest’ultimo è presente, seppur molto raramente, e però tende a far pendere più per un disturbo neurologico (che gli si accompagna con maggior frequenza). In secondo luogo, stiamo attenti a chi ci dice che sono “fenomeni normali”. Si, esiste anche il polo opposto allo stigma: non penso abbia un nome, ma possiamo anche chiamarla cattiva informazione. Non so esattamente perchè o a quale scopo, ma qualche anno fa sono circolati vari articoli con titoli quali “Sentire voci non è sempre un problema”, “In Italia più di due milioni sentono le voci” e cose simili… Ora: possiamo esperire tutti quanti delle ALLUCINOSI. Sono anch’esse percezioni senza oggetto ma noi sappiamo e siamo consapevoli del fatto che sono finte sensazioni. Ad esempio ci può essere capitato di “sentirci chiamare”. In questi casi la persona riconosce la non veridicità della sensazione mentre nel caso delle allucinazioni, soprattutto in stato psicotico, non se ne mette in discussione l’esistenza: condizione sine qua non per gli stati psicotici è la non consapevolezza di malattia e soprattutto mancanza di dubbio, in questo caso sulle voci, tanto che Lacan scriverà: “Basta che un paziente dica di essere allucinato o di avere allucinazioni perchè si possa deliberatamente e con certezza scartare la psicosi e prevedere un’eziologia (…) neurologica”.   “Non si è psicotici perchè allucinati, ma allucinati perchè psicotici” diceva Henri Ey, al quale quindi sembrava chiara ed inconfutabile la successione cronologica di questi eventi, tuttavia per alcuni secoli ci si è posti il problema ancestrale de “è nato prima l’uovo o la gallina”?

La questione nasce soprattutto dall’urgenza, in epoca ottocentesca, di distinguere le allucinazioni dalle visioni divine. Psichiatra dell’epoca, Esquirol collegava le allucinazioni ad un deficit mentale generalizzato: come secondarie ad un calo delle capacità intellettive, le allucinazioni sarebbero state, secondo lui, il prodotto di “quel che rimaneva” e quindi l’abitudinario. La mente colmava i vuoti con il proprio vissuto. Da qui si aprì il dibattito riguardante l’esatta eziologia delle allucinazioni: vengono dagli organi di senso o direttamente sono prodotte dal cervello? Come per ogni discussione che si rispetti, anche qui si crearono le due fazioni e ovviamente una terza che le comprendeva entrambe.

Tamburini era già psichiatra del complesso del San Lazzaro a Reggio Emilia, nel 1873. Aveva appena fondato, insieme al collega Morselli (nome che, insieme al suo, ora troviamo come indicativo di un padiglione dell’ex complesso manicomiale), la Rivista sperimentale di freniatria e medicina legale, il più antico periodico italiano di psichiatria pubblicata ininterrottamente da allora, che vedrà effettivamente la luce due anni dopo, nel 1875. Dopo altri due anni Tamburini subentrerà alla dirigenza del manicomio reggiano ed inizierà, in quella sede, una serie di ricerche sulla localizzazione cerebrale delle allucinazioni e sulla mappatura cerebrale. Nasce così la “Scuola di Reggio”.

Tale sintomo riveste tutt’ora un’importante cruciale nella psichiatria, per cui le ricerche dell’epoca suscitarono già molto interesse e fornirono un primo metodo di indagine del problema. L’ipotesi che più calzava, secondo Tamburini, sembrava essere quella di una scarica neuronale che, similmente ad una crisi epilettica, si propagava negli altri centri. Tuttavia ciò non era sufficiente a spiegare un fenomeno così complesso che tanto meno poteva godere di riscontri significativi sul piano anatomo-funzionale: esperimenti in vivo erano fatti su cani, mentre i pazienti che post mortem subivano autopsia erano ormai in stato dementigeno con un tale calo della presenza di sintomi positivi (quali le allucinazioni) da non costituire più un campione adeguato.

Le nuove tecnologie hanno permesso di evidenziare sì differenze di attivazione neuronale, ma non così puntualmente localizzate. Il fenomeno allucinatorio rimane ancora quello meno definibile, indagabile ed empaticamente comprensibile e purtroppo anche in questo frangente non possiamo darne una descrizione esaustiva. Nei primi anni del Novecento si iniziò a capire, però, che un certo grado di dissociazione e frammentazione della personalità sono necessari affinchè si producano allucinazioni. Ciò è sostenuto dal fatto che la persona che ne soffre non ha, come ci si aspetterebbe invece, perplessità o dubbi a riguardo già dalla loro prima apparizione, ma accoglie le allucinazioni come qualcosa di reale e non dubitabile, nonostante non abbia caratteristiche delle percezioni sensoriali solite.

Tentativo esplicativo, a mio parere, ben riuscito è quello che ha come protagonisti i pazienti e si realizza in un DVD prodotto dalla casa di cura Villa Valentini (R.E.) con il titolo “Voci”.

Glenda Galimberti

Annunci