Il cinema come strumento per ridurre lo stigma in salute mentale

La rappresentazione della malattia mentale nei film può spesso sostenere e diffondere pregiudizi e stereotipi riguardanti i disturbi psichiatrici. Tuttavia, a volte, il cinema è utilizzato come strumento per condurre campagne anti-stigma, soprattutto per i giovani. In effetti, secondo Gabbard e Gabbard (2000) la visione di un film modifica lo stato di coscienza di una persona: lo spettatore viene proiettato in una dimensione spazio-temporale in cui esiste solo la storia rappresentata sullo schermo, che annulla, almeno temporaneamente, la realtà circostante.

Questa nuova dimensione è in grado di suscitare emozioni, indurre alla riflessione su se stessi e sugli altri, inviare spunti per un dialogo che produrrà mutamenti in coloro che ne sono coinvolti. Dunque l’utilizzo del cinema a fini didattici è fruttuoso (Pancheri, Brugnoli & Tarsitani, 2002).

Il cinema ha la potenzialità di fungere da strumento per fini educativi nel campo medico. In modo specifico per l’ambito psichiatrico, temi quali l’accuratezza dei profili dei diversi disturbi mentali, la relazione medico-paziente e l’esperienza di convivere con una malattia mentale possono essere esplorati attraverso il cinema. Questioni come il ruolo dello psichiatra nella società, i problemi etici, lo stigma e la professionalità possono essere utilmente portati alla luce e discussi. Questo può aiutare a ridurre attitudini negative nei confronti delle malattie mentali (Akram et al., 2009).

L’utilizzo del cinema nella formazione degli studenti di medicina e delle specializzazioni post laurea in psichiatria sta acquisendo sempre più spazio e credibilità.

Al King’s College di Londra, per gli studenti di medicina del terzo anno, i docenti si avvalgono di film per evidenziare l’importanza del contesto sociale, culturale e storico, e per creare adeguate rappresentazioni dei pazienti psichiatrici, della malattia mentale e degli psichiatri. I ragazzi si sono dimostrati molto ricettivi all’utilizzo dei film come strumento educativo (Datta, 2009).

L’idea di usare i film come metodo di insegnamento non è nuova; l’interesse in questa direzione iniziò con le revisioni di film da parte di Gabbard e Gabbard (2000). Inoltre film-documentari sono stati usati dai governi in diverse parti del mondo come parte integrante di programmi di salute pubblica per educare la popolazione, promuovere la salute e prevenire la diffusione di patologie (Kalra, 2011).

Uno studio indiano sul tema psichiatria e cinema (Kalra, 2011) descrive un “movie club” organizzato dal dipartimento di psichiatria del Medical College di Mumbai. Questo progetto consiste nella creazione di un club che proietta regolarmente dei film incentrati su un disturbo psichiatrico. Il fine è educativo. I film sono di solito proiettati di pomeriggio, dopo una breve introduzione della pellicola; gli spettatori possono richiedere di rivedere alcune scene per meglio comprenderle.

I vantaggi di utilizzare il cinema come strumento di insegnamento sono molti: si tratta di una modalità più confidenziale; è possibile vedere la reazione delle persone che circondano il paziente nel film; possono essere discusse problematiche etiche; tutti gli insegnanti hanno gli stessi dati a proposito del paziente/protagonista; infine, ognuno può osservare la trama e i personaggi dal proprio punto di vista.

Il sito psychiatryonline.it individua diversi approcci per attuare programmi di informazione e formazione in merito alla salute mentale utilizzando i film. Gli approcci sono i seguenti:

  • Approccio nosografico:

l’obiettivo di questo metodo è quello di analizzare i sintomi, i comportamenti e i criteri diagnostici dei disturbi psichiatrici. Questo approccio richiede l’utilizzo di scene anche molto brevi del film. Qui la trama passa in secondo piano e potrebbe essere in contrasto con la rappresentazione dei sintomi ricercata dall’insegnante (per esempio mostrare delle allucinazioni che non sono causate da disturbi mentali, ma dall’abuso di sostanze). Questo modo di educare è utile per gli studenti, per gli operatori delle varie discipline sanitarie e spesso anche per medici non specialisti. Il limite è quello di semplificare molto le situazioni cliniche, che dovranno essere ulteriormente approfondite con una didattica di tipo formale o di discussione di casi clinici reali.

  • Approccio psicopatologico narrativo:

questo approccio vuole far acquisire nuove informazioni attraverso il racconto di storie di persone con sofferenza psichica. Rispetto all’approccio precedente, vi è un collegamento diretto con la storia sceneggiata. Vi è la necessità di utilizzare scene piuttosto lunghe o l’intero film. Il limite di quest’approccio sta nel fatto che solo talvolta il regista ha come esplicito intento quello di illustrare un disturbo psichiatrico, e, anche nel caso lo abbia, spesso il quadro clinico viene descritto con imprecisione. Inoltre, trattandosi, di fatto, di un film, la sceneggiatura si basa su una tesi diversa dalla pura descrizione di un caso clinico, per esempio la condanna delle istituzioni, la guarigione attraverso l’amore o la violenza del personaggio psicopatico. Questo approccio è utile nel momento in cui si vuole dare uno sguardo globale alle persone con la loro sofferenza e capire cosa c’è dietro il sintomo. È adatto agli psichiatri e agli psicologi.

  • Approccio sui contesti di cura e i trattamenti:

in questo approccio sono approfonditi i luoghi di cura, i trattamenti e le organizzazioni vigenti, per esempio in questi programmi è frequente la visione di film che trattano il tema delle grandi istituzioni psichiatriche. A questo approccio appartiene il capitolo della descrizione di psichiatri, psicologi e psicoterapeuti. Questo tipo di metodo non è frequentemente utilizzato a fini didattici, ma bensì in occasione di seminari e dibattiti.

  • Approccio focalizzato sullo stigma:

questo approccio è in genere utilizzato in occasione di convegni incentrati su questo tema, durante dei cineforum o durante campagne di sensibilizzazione della popolazione. Esistono film prodotti appositamente per parlare di questa problematica, tuttavia è possibile utilizzare anche film commerciali.

  • Approccio sulla professione:

questo approccio propone una riflessione sulla professione sanitaria. L’obiettivo è quello di valorizzare e approfondire i vissuti dell’operatore sanitario e del paziente. Spesso questi film sono utilizzati all’interno di corsi sul “burnout” in quanto vengono evidenziate le difficoltà nella gestione delle emozioni in ambienti lavorativi stressanti.

  • Approccio di attivazione emozionale

questo approccio vuole favorire il controtransfert di chi guarda: è diretto ad attivare nel partecipante sensazioni utili a interpretare una realtà e/o a fare uso dei propri vissuti a fini diagnostici o conoscitivi. I film che vengono utilizzati immergono lo spettatore in un’atmosfera suggestiva più che descrivere veri quadri clinici; si può pensare a “La mosca” di Cronenberg (1986), che rimanda a una psicopatologia psicotica, pur non rappresentando una psicosi. Per fare un altro esempio, il film “The Truman show” (1998) pur raccontando apparentemente una storia divertente, può evocare le angosce psicotiche del protagonista. Questo tipo di didattica si rivolge a iscritti a corsi di formazione sulle dinamiche personali o a scuole di psicoterapia.

Buona visione!

Eugenia Lombardi