“Ho chiuso la porta a chiave? Mi sono lavato le mani? Ho chiuso la porta a chiave? Mi sono lavato le mani?”

Cosa succede nella testa di chi è continuamente ossessionato da immagini mentali, da pensieri intrusivi e da rituali che deve necessariamente mettere in atto? Sicuramente non è una situazione semplice da gestire. Stiamo parlando di disturbo ossessivo compulsivo, un disturbo frequente le cui cause sono ancora poco chiare; si pensa che abbia una base genetica e che a volte possa subentrare un evento traumatico a slatentizzarlo.

È caratterizzato da pensieri ricorrenti e intrusivi legati a diverse sfere della vita umana, come per esempio la pulizia o la religione; spesso sono pensieri egodistonici, ovvero contrari alla morale della persona; questi sono accompagnati da compulsioni, ossia azioni ripetitive eccessive che il paziente sente di dover attuare per stare meglio e per risolvere la situazione che sta vivendo; si tratta di rituali ossessivi o azioni mentali, come per esempio contare o ripetere le parole.

Alcuni studi di imaging cerebrale svolti dai neuroscienziati Lewis Baxter e Jeffrey Schwartz hanno osservato alcune anomalie in corrispondenza di alcune regioni corticali e nello striato dei cervelli delle persone con DOC. In particolare si è osservato che le ossessioni e le compulsioni avvengono a causa di un mancato processo di inibizione cerebrale. La corteccia cingolata anteriore, adibita a individuare gli errori e a elaborare i dati emotivi, mostra un’iperattività, come anche la corteccia orbitofrontale, utilizzata per prendere decisioni. Lo striato, che regola le nostre azioni quotidiane, causa le compulsioni, che risultano difficili da controllare per una mancata azione della corteccia prefrontale dorsolaterale.

Di conseguenza le persone che soffrono di DOC hanno reazioni particolari davanti ad alcuni stimoli che per la maggior parte delle persone non destano alcun comportamento anomalo; presentano una continua paura di sbagliare e vivono molto spesso stati d’ansia.

La cosa interessante è che queste anomalie cerebrali scompaiono in caso di guarigione. Ma quest’ultima come si raggiunge? E’ consigliato seguire una terapia cognitivo comportamentale associata a un trattamento farmacologico. La prima cerca di modificare gli schemi di pensiero e di comportamento disfunzionali; la seconda è basata sull’utilizzo degli inibitori della ricaptazione della serotonina.

Il primo passo dell’intervento è verificare lo stato di consapevolezza del paziente di avere un problema. Se questo non è stato ancora raggiunto, durante la prima fase cognitiva si cerca di mettere alla prova le convinzioni della persona, analizzandole e verificandone la veridicità. E’ necessario che il paziente prenda un minimo di distacco dalle sue convinzioni e sia in grado di metterle in discussione.

La fase comportamentale si può attuare tramite la tecnica dell’esposizione e prevenzione della risposta: si espone la persona allo stimolo ansiogeno e le si impedisce di compiere i suoi rituali risolutivi; in questo modo il malessere diminuisce piano piano.

E’ facilmente deducibile che si tratta di un disturbo che influenza in modo massiccio la vita di tutti i giorni e in particolare l’area sociale. Di conseguenza è necessario lavorare anche su un piano riabilitativo in modo tale da aiutare la persona a rendere il proprio funzionamento quotidiano il più funzionale possibile.

Eugenia Lombardi

 

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