Fatica sprecata: cosa accade al giorno d’oggi

E’ uscito oggi, con sommo rammarico, un articolo su “La Stampa” riguardante quella che sta diventando una figura sempre più riconosciuta a livello sociale: il NEET. Si tratta di un termine coniato nel Regno Unito (incredibilmente), acronimo di “Not in Employement, Education or Training” che sta ad indicare quei giovani, di età compresa fra i 15 (addirittura!) e i 24 anni (ma io estenderei tranquillamente a una decina d’anni in più) che non studiano, non lavorano e, sembra uscire dall’articolo, manco ci provano. Stimato: il 19%. L’incipit dell’articolo era poco rassicurante: sta a vedere, la solita porcata nettamente di parte su quanto poco i giovani d’oggi siano “integrati” o vogliano esserlo. Invece, toh: un’intervista. E qua la cosa cambia parecchio perché ci si rende conto che quello che scrive non è poi così pezzente e ti riporta la storia di una fatica che dura diverse generazioni. Ah! Allora ci sono. Il ragazzo è la punta dell’iceberg. Intendiamoci: esistono anche molte altre realtà, dove la famiglia d’origine non è così alle strette economicamente, tuttavia si fa presto a radunare tutti sotto un unico gruppo o categoria, coniare una nuova parola e sbatterci dentro tutto ciò che prima non aveva ancora una collocazione. Ecco la ricetta per un nuovo target di pregiudizio: lo sfaticato. Si badi bene, da quanto riportato oggi si capisce che la fatica c’è eccome e anche l’impegno: molte prove, molti CV, molti tentativi che in ultima analisi sembrano inutili. Ed è uno spettacolo raccapricciante verificare che si demandi sempre al singolo ciò che la società non può fare. Non vorrei sembrare la solita polemica (non che la cosa mi importi molto a dire il vero) ma guardiamo in faccia la realtà: quando inizieremo a prendere atto effettivamente di ciò che comporta la nostra epoca? C’è ancora gente che si domanda se la crisi esista o meno. Certo non sono quelli che sono stati licenziati via SMS da un giorno all’altro. Le statistiche, con le loro imprecisioni e le loro superficialità, ci dicono anche che probabilmente tra una decina d’anni saranno più i disoccupati delle persone con un impiego. Cosa faranno del loro tempo? Mah, ci penseremo tra qualche anno. E in tutto ciò mi tornano in mente delle conversazioni avute con i miei vecchi: salario? nemmeno 1000 lire al mese. Lavoro nero per potersi mantenere anche gli studi. A 14 anni ci si alzava alle 5 del mattino e si finiva alla sera inoltrata per poca roba che si versava comunque nella “cassa” famigliare (ovvero si davano i soldi in famiglia). I figli arrivavano quando non si guadagnava abbastanza e si aveva anche un mutuo sulle spalle. La differenza con oggi? Che era tutto in evoluzione: le cose sarebbero cambiate, sarebbero evolute. Era un dopo guerra ed era tutto da costruire. Adesso tutto è già fatto, tutto è già scritto. Ci si inventa, certo, nuovi impieghi, nuove domande per il mercato. Ma non tutti possono farlo. Quando non si trovano soluzioni si va subito armati a cercare le cause e da lì alle colpe il passo è breve. Pensiamo prima a realizzare quanto effettivamente accade. Un paziente ci provò facendo questo spaccato: “Una volta si ringraziavano i genitori per averci messo al mondo. Se qualcosa non andava si diceva: non vi preoccupate, penserò io ad aggiustare questa realtà. Adesso i figli ti accusano di averli creati: che mondo mi hai dato? Senza via d’uscita, senza lavoro?”. La sua posizione era molto critica, ma torniamo qualche riga sopra: si, il suo mondo faceva schifo ma c’era margine. Non si possono, a mio avviso, usare gli stessi mezzi usati in epoche diverse per “curare” quella odierna. Non penso non ci siano soluzioni ma nell’attesa (e non è un’attesa così improduttiva come si pensa) evitiamo di aumentare sofferenze inutili. So che suonerà ambigua la mia posizione ma ci sono realtà di stallo su cui nessuno, se non al massimo i diretti interessati, ha il diritto di porre giudizio. Le categorie lasciamole alle gare agonistiche.

Glenda Galimberti

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