Il gruppo: da una prospettiva sociologica a quella terapeutica

Pensiamo che sia molto stimolante unire diverse conoscenze e punti di vista, per questo con questo nuovo articolo vogliamo sondare il tema del gruppo da diverse prospettive: prima quella sociologica, analizzando il ruolo del gruppo nella società moderna e il processo di formazione dei team, e poi quella terapeutica, parlando dell’applicazione del gruppo in ambito riabilitativo.

(con la collaborazione del laureando in Ingegneria Gestionale Emanuele Giacco)

L’animale asociale. Dinamiche di gruppo e società moderna.

Il Gruppo. Concetto caratterizzante l’epoca moderna, al limite dell’assillante per quante volte si ripresenta nella quotidianità di un individuo. Simpatico osservare come individuo e gruppo, entità apparentemente contrastanti, siano ormai costretti a convivere; questo si verifica sia in ambito sociale sia in ambito lavorativo, solo con qualche sfumatura differente. Non tutti siamo “animali sociali” (probabilmente io per primo non lo sono); alcuni non si trovano a proprio agio in un contesto di gruppo, altri provano a conviverci, ma falliscono dopo periodi di tempo più o meno duraturi a seconda dei casi. Noi “animali asociali”, siamo nati nell’epoca sbagliata? Non è possibile dare una risposta precisa. L’elemento certo, quasi assiomatico, è la necessità di adeguarsi alla massa. Per non farsi trovare impreparati è indispensabile, dunque, conoscere quanto più possibile dell’entità gruppo.

Nel tentativo di fornire una definizione esaustiva dell’entità gruppo si può dire che “il gruppo è un insieme di individui che interagiscono tra loro in modo reciproco sulla base della condivisione di interessi e scopi comuni, di caratteristiche e regole, sviluppando ruoli e relazioni interne”. Dalla definizione appare chiaro che delle persone in una sala d’attesa in uno studio medico non costituiscono un gruppo, a meno che non vi permangano e interagiscano sufficientemente a lungo da influenzarsi a vicenda; la prossimità fisica non determina quindi la nascita di un gruppo. In ambito lavorativo si parla di team, una specifica forma di gruppo i cui membri hanno compiti particolari, alto impiego e ruoli ben categorizzati. Ma con quale dinamica si sviluppa un gruppo?

La prima fase è detta forming (fase di orientamento). Non si può parlare ancora di gruppo, ma di un insieme di persone accomunate da una prevalente percezione di insicurezza, che potrà essere placata solo con l’”appropriazione del territorio”; quest’ultimo inteso non tanto in senso fisico, quanto in senso cognitivo. Con particolare riguardo all’ambito lavorativo, i membri del team avranno premura nel definire obiettivi e scopi del lavoro di gruppo; questo per trovare una giustificazione alla creazione di un gruppo.

La seconda fase, la più delicata, è detta storming (fase di potenziale conflittualità). Il gruppo in formazione inizia a censire le risorse interne per ottenere una percezione del potenziale d’azione del gruppo stesso. Rilevante è il ruolo del leader, figura dai due volti. Il primo è quello dell’individuo rassicurante e di polso che dirige i membri verso una definizione degli obiettivi sempre più dettagliata; il secondo è il volto del conflitto. Non sono rari i casi in cui il leader viene messo in discussione e, nelle situazioni più gravi, si può arrivare alla prematura separazione del gruppo in sottogruppi.

Nella fase di norming (fase di coesione) si può parlare a tutti gli effetti di gruppo maturo. Prevale un alto tasso di confronto interno, capacità di gestione delle tensioni e, proprio in virtù di questa abilità acquisita, l’influenza viene esercitata tra i membri senza la paura di ricadere nel conflitto. Rimanendo in tema di conflitto, non si può fare a meno di notare come non tutti i gruppi siano in grado di superarlo. In effetti, al perdurare della tensione, alcuni membri potranno mostrarsi inizialmente dimessi, disinteressati, per poi passare ad una sostanziale indifferenza alle dinamiche di gruppo, scegliendo come opzione finale il suo abbandono.

L’ultimo scalino è quello del performing (fase di strutturazione). Il gruppo è ormai conscio di essere un’entità con capacità sperimentate rispetto ai compiti a cui è destinato, mentre il singolo individuo è prevaricato da un forte senso di appartenenza. In genere i componenti di gruppi fortemente coesi presentano un elevato bisogno di appartenenza al gruppo, in quanto attratti dall’idea stessa del gruppo. È l’entità Gruppo che prevale sulla Persona.

Da questa dinamica di sviluppo del gruppo e dalla mia esperienza, il mio sguardo capta solo un progressivo annientamento dell’individuo in quanto tale (sì, per quanto mi possa sforzare rimango sempre estremista nella mia percezione del mondo). D’altra parte il bisogno di appartenenza è una componente dell’uomo; è la persona stessa che richiede il soddisfacimento di quel bisogno. Allora, in fin dei conti, la società odierna, quella dominata dal gruppo e dalle masse (addirittura virtuali), è solo uno specchio di un bisogno individuale. Si è dunque costretti ad accettare la massa, il gruppo? Non ci rimane altra possibilità? La società lo vuole… Ma si può sempre fingere.

Emanuele Giacco


I gruppi terapeutici: quando il gruppo può aiutare il singolo

Una prospettiva diversa è quella relativa ai gruppi terapeutici. Questi non hanno il compito di produrre, di gestire, di progettare. Nell’ambito della riabilitazione psichiatrica e della psichiatria sociale vengono svolti degli interventi di gruppo, oltre agli interventi individuali, per aiutare la persona a stare meglio. Gli uni non escludono gli altri. Grazie a questa ottica l’enfasi viene posta anche sulla funzione sociale, oltre che sulla psicopatologia dell’individuo.

In questo tipo di gruppi si valorizzano le caratteristiche di ognuno, si facilita l’apprendimento sociale attraverso l’imitazione, si rispetta la volontà di coinvolgimento delle persone, si facilita la socializzazione e si permette di sperimentare il senso di appartenenza e la partecipazione a una causa comune. Inoltre i gruppi terapeutici rappresentano contesti più simili all’ambiente della vita reale, data l’imprevedibilità delle situazioni e la molteplicità degli stimoli; permettono di apprendere nuove abilità e aiutano il singolo individuo dal momento in cui il contributo di una persona può essere molto utile anche alle altre.

Esistono due tipi di gruppi:  i gruppi strutturati e i gruppi di auto-mutuo aiuto.

I primi hanno un setting ben preciso, rappresentato dal luogo, il tempo, la durata, gli obiettivi condivisi, i partecipanti; sono condotti da due operatori: un conduttore e un operatore di supporto (co-conduttore). Il conduttore coordina gli utenti, favorisce la loro interazione, previene e gestisce le eventuali crisi. Il co-conduttore osserva le dinamiche del gruppo e aiuta a gestire i problemi che possono verificarsi. Fondamentale è la valutazione intermedia o finale relativa all’andamento del gruppo, alla sua utilità e agli obiettivi che ci si era prefissati all’inizio.

Esistono gruppi con diverse finalità: gruppi di psicoeducazione, che puntano a dare informazioni sul proprio disturbo e sulla relativa gestione; gruppi laboratoriali, focalizzati sul compimento di una determinata attività (cucina, atelier, giardinaggio…); gruppi che trattano il tema della convivenza all’interno di una struttura, cercando di risolvere gli eventuali problemi e raccogliendo consigli  e proposte; gruppi di rilassamento e di mindfulness; gruppi di riabilitazione cognitiva (per esempio la ROT-reality orientation therapy); gruppi di social skill training (insegnamento di abilità sociali)…

Passiamo ora ai gruppi di auto-mutuo aiuto. Questi sono composti da persone che condividono lo stesso problema e hanno la finalità di dare supporto emotivo e di sviluppare capacità di auto-gestione (per esempio gli Alcolisti Anonimi). Presentano caratteristiche ben precise: sono formati da 8-10 persone, ogni decisione viene condivisa, l’orientamento è all’azione, sono centrati su una determinata problematica, ognuno con la propria esperienza trae aiuto per sé e per gli altri, la responsabilità e il coinvolgimento sono personali; alcuni di questi gruppi sono composti solamente da pari, altri possiedono un facilitatore.

Penso che il gruppo sia un veicolo importante per il benessere del singolo. Certo è che bisogna sempre valutare il contesto e la persona: è necessario rispettare la fase che l’individuo sta vivendo e la sua disponibilità a partecipare a un gruppo. Sicuramente all’interno di un programma riabilitativo è importante scegliere il tipo di trattamento e valutare se e quando iniziare un intervento di gruppo.

Eugenia Lombardi

 

 

 

 

 

 

 

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