Musica e(/o?) Terapia

Dopo vari articoli che ci girano intorno… proviamo a centrare l’argomento per una volta.

Cosa è/dovrebbe essere/sarebbe la musicoterapia?

Per rispondere mettiamo un attimo da parte i dubbi (che sono molti) e guardiamo all’ottimismo.

Il feto percepisce gli stimoli acustici già a partire dal terzo/quarto mese di vita  e reagisce ad essi verso il settimo mese (Lecanuet ,1995; Imberty, 2002). Il suono si pone come elemento fondante dello sviluppo in una fase molto precoce. Molto importante è anche la percezione della voce materna, che il feto/bambino conosce nelle sue qualità melodiche, timbriche  e ritmiche. Stern ha dimostrato che la relazione che si crea tra bambino e madre, in particolare, ma anche più in generale tra bambino e il mondo, parte da questa percezione “musicale”/sonora e ha il suo zenit nello sviluppo del linguaggio. Prima di ciò ci sarebbe il fenomeno chiamato “baby- talk”, un proto-linguaggio carico di significati emotivi che conferisce al suono il ruolo di veicolo comunicativo-relazionale fondamentale. L’universalità di questa modalità comunicativa rende possibile lo scambio di messaggi sensati tra il bambino e chi se ne prende cura, facilitando e stimolando i processi di organizzazione mentale, di regolazione affettiva e dunque di sviluppo del Sé (Anzieu 1985). Secondo vari studi il linguaggio musicale contiene elementi regressivi  e  trasformativi che possono facilitare alcuni processi mentali accompagnandoli nella loro evoluzione e trasformazione, soprattutto, come detto prima, riguardanti la regolazione delle emozioni, essendo questo un linguaggio meno influenzato socialmente. Negli ultimi anni la psicoanalisi ha concentrato  l’attenzione anche sugli aspetti musicali della comunicazione paziente-psicoanalista e su come inflessione, timbrica, intensità possano favorire lo scambio di messaggi emotivamente significativi, offrendo un nuovo canale interpretativo (Mancia, 1998). Fondamentali sono poi gli studi riguardanti gli effetti fisiologici della musica: è stato dimostrato che la musica produce reazioni di tipo muscolare, cardiaco, respiratorio, ormonale, con evidenti ricadute sul piano emozionale, ovviamente in modo mediato dal Sistema Nervoso Centrale. E’ evidente, dunque, che la musica produca effetti a vari livelli dal punto di vista fisico, emotivo, relazionale, sociale ma è necessario spiegare il perché dei risultati riportati. Gli assunti di scientificità che si vorrebbero attribuire anche alla musicoterapia  poggiano sulla convinzione che esista una realtà esterna da cogliere e rilevare attraverso tecniche quali la trascrizione fedele di protocolli di sedute, registrazioni, partiture, tutti strumenti riconducibili ad una metodologia di tipo sperimentale (come quella trattata nell’articolo “Tutta un’altra musica”). Eppure anche l’approccio basato sull’evidenza scientifica presenta caratteristiche che poco si adattano, almeno ad oggi, ad una seduta di musicoterapia come a quella di psicoterapia psicodinamica, la quale però risulta molto più indagabile scientificamente di quanto ancora non lo sia la musica, probabilmente perché nel caso delle psicoterapie il linguaggio, ovvero il mezzo di terapia, non deve essere “capito” nei suoi singoli componenti. La musica è un linguaggio pressapoco universale: comandato da leggi, esprime messaggi che possono essere decodificati. Tuttavia non sempre si possiede il codice. Nella ricerca musicoterapica si assiste ad una continua oscillazione tra due estremi metodologici: il pensiero qualitativo e quello quantitativo. Il modello quantitativo si fonda sul pensiero positivista che studia i rapporti di causa-effetto concentrando l’attenzione sulla oggettività, riproducibilità e misurabilità dei fenomeni, non ritenendo il ricercatore coinvolto nel processo. Il modello qualitativo, invece, non considera i fenomeni  come oggettivi. Si basa sulla comprensione della complessità e sull’approfondimento dei fenomeni. E’ più interessato al processo che ai risultati. Il processo si definisce in itinere fornendo validazione scientifica attraverso le dinamiche che emergono nel corso dell’esperienza. La complessità caratterizzante il processo musicoterapico lascerebbe pensare che il modello qualitativo meglio si adatti alla ricerca in questo ambito; tuttavia anche nella ricerca qualitativa emergono fenomeni ‘misurabili’ ad esempio gli elementi sonoro-musicali, inoltre uno studio o più non porterebbe comunque alla validazione di una terapia in modo sistematico. Sarebbe dunque auspicabile ricercare in ambito musicoterapico  un giusto equilibrio tra logica qualitativa e aspirazione scientifica. La comunità musicoterapica internazionale concorda nel dire che il ricercatore dovrebbe  definire, nell’impostare il suo lavoro, un modello di riferimento dal quale conseguano le linee guida del suo intervento, gli obiettivi terapeutici, la tipologia di pazienti coinvolti, le modalità osservative ed elaborative. Tuttavia, nonostante siano presenti anche se a pagamento, le linee guida ad oggi disponibili non sono così dettagliate. Ed arriviamo ad un circolo vizioso. Proprio la fase di verifica del processo assume un ruolo fondamentale nell’ambito della musicoterapia anche perché, la letteratura internazionale ha evidenziato come non siano ancora stati messi a punto strumenti validati e standardizzati. La problematicità delle modalità di valutazione in musicoterapia riguardano: la soggettività degli strumenti, l’assenza di  procedure di verifica,la mancanza di sistematicità, l’insufficiente diffusione dei modelli osservativi. Inoltre la valutazione riguarda quasi esclusivamente elementi descrittivi che trascurano la dinamicità della relazione paziente-musicoterapeuta annullando quasi del tutto qualsiasi tentativo di interconnessione tra eventi relazionali ed eventi sonoro-musicali.

Tra gli strumenti di valutazione attualmente utilizzabili al fine di creare nessi tra eventi relazionali ed eventi sonoro-musicali troviamo: i protocolli osservativi di matrice psicodinamica di Benenzon (1984; 1997), l’Improvvisation Assessment Profile di Bruscia (2001) e la Music Improvvisation Rating della Pavlicevic (1989).

 

Numerosi sono anche gli studi italiani (Raglio et. al., 2006), che approfondiscono la fase dell’osservazione basandosi sulla teoria delle “sintonizzazioni affettive” (Stern 1987;2005).

Tali studi hanno condotto alla elaborazione di un Music Therapy Coding Scheme  che analizza il processo musicoterapico avvalendosi di videotape scansionati per mezzo di un apposito software (The Observer Video-Pro 5.0). I dati analizzati sono: la comunicazione non verbale, la comunicazione verbale, la comunicazione sonoro-musicale e l’espressione del volto. Da questa prima fase di studio è conseguita la definizione di uno strumento osservativo più agevole: la  “Music Therapy Checklist” (Raglio et al., 2007b) che non richiede l’uso del software.

Basandosi sui principi della Evidence Based Medicine ( Edwards, 2002; Vink et al., 2003) è possibile delineare criteri di analisi del processo musicoterapico su basi scientificamente accettabili:

 

–      individuazione del problema e formulazione dell’ipotesi

–      pianificazione del disegno di ricerca

–      realizzazione dell’intervento terapeutico

–      osservazione/valutazione

–      raccolta ed elaborazione dei dati

–      comunicazione dei risultati

In attesa di migliori strumenti e di studi più precisi, dobbiamo accontentarci dell’effetto personale e interpersonale che questo approccio ci fornisce.

D’altronde, come disse una mia docente: “Ancora non è morto nessuno”.

 

Glenda Galimberti

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