Due righe sopra la coca

Qualcuno di voi ha mai provato l’ebbrezza di avere/essere un “paziente da manuale”? No? Allora ve la consiglio caldamente. E’ davvero sorprendete, inquietante e, in questi casi, molto utile potersi rispecchiare in tutto e per tutto in descrizioni scientifiche. Perché? Partiamo dall’introdurre l’argomento generale: le dipendenze patologiche. Ce ne sono di vari tipi e, purtroppo, sempre di più e di nuove, ma quella che prenderemo in considerazione è la dipendenza da cocaina. Negli ultimi anni l’uso di questa sostanza è aumentato in modo considerevole. Al di là degli aspetti sociali che stanno dietro al fatto (in tutti i sensi… in questo caso…), ce ne sono altri che riguardano gli individui molto più interessanti. Sebbene, al contrario di altre droghe, questa dipendenza manchi di uno specifico trattamento per i suoi disturbi correlati, chi ne fa uso presenta quasi sempre le medesime caratteristiche. Una di queste è la poca percezione della dipendenza in sé. La cocaina è uno stimolante del sistema nervoso centrale, inibendo direttamente la ricaptazione di dopamina, serotonina e noradrenalina. Il blocco, soprattutto della dopamina, è requisito fondamentale per le capacità motivazionali: la cocaina non altera solo la percezione ma è anche in grado di aumentare nel soggetto l’emissione di quei comportamenti che hanno come conseguenza la sua presentazione e assunzione. In questo senso, forse, sembra più chiaro ciò di cui stiamo parlando: il soggetto rimane in balia del proprio “stato chimico” che lo porta a comportarsi in modo “involontario” (o almeno nelle prime fasi, riconosciuto come tale) come un affamato. Certo è che, spesso, l’uso della coca non è costante, ma saltuario e apparentemente “controllato”, come, in un controsenso, lo definirebbe il facente uso. Per tale motivo la persona tende a non considerarsi un dipendente, inoltre, questa sostanza, soprattutto nei primi anni, lascia ancora spazio alla vita sociale, lavorativa e sentimentale in modo che la persona non si “accorga” del parassita che sta trasportando. Tuttavia, da subito inizia un processo subdolo di scissione dell’io. Ognuno di noi nella vita è costretto a perseguire due scopi apparentemente discordanti tra loro: il giudicarsi in modo realistico e il mantenere una certa autostima di sé.  Non è difficile pensare come questi possano entrare in conflitto tra loro. La cocaina ha un effetto sia sulla percezione della realtà (come prima accennato), sia, ovviamente, sulla propria autostima. Quello del cocainomane è un ottimismo patologico: la cocaina perverte gli obiettivi del soggetto sia nel modo che lui ha di raggiungerli che della “sostanza” che li costituisce. Uno dei meccanismi di difesa più importanti che l’uso di cocaina innesca è la negazione ed in particolare dello stato depressivo sottostante, in tutte le sue varianti, compresa l’irritabilità. La vita è fratturata nel suo progettarsi: il soggetto che tende a far uso di coca lo fa, proprio come accade per le altre droghe, per il suo effetto, in questo caso “antidepressivo” e, spesso definito, socializzante. Per tale motivo è facile incontrare tipi simili che ne fanno simile uso, piuttosto che una varietà di personalità. La droga in questione non solo crea dipendenza fisica, anche se poco riconosciuta (della droga inalata soprattutto), ma mentale per gli stessi motivi descritti sopra: ciò che l’individuo cerca, gli sembra di trovarlo solo con l’aiuto della sostanza. Quando rimane solo, è tutto ciò che più teme. Questo fenomeno si palesa spesso in quel senso forte di vergogna che il paziente porta con sé e che non sempre riconosce. Al contrario dell’eroina o oltre sostanze, chi fa uso di cocaina arriva a chiedere aiuto non per problemi “fisici” ma piuttosto economici, il che non facilita la presa di coscienza circa l’uso: “se non avesse problemi di soldi continuerebbe, per cui il problema non è la coca, ma il denaro”. Il piacere presunto per la sostanza ed i suoi effetti distrae dal significato dell’uso e dei suoi effetti indesiderati e, soprattutto dopo aver iniziato il trattamento la persona si ritrova a fronteggiare quello che ha sempre cercato di tenere lontano (o meglio, di nascondere) con la sostanza. Il senso di inadeguatezza che ne deriva ha portato a molta letteratura circa coca e vergogna. Tanto da arrivare finalmente a svelare che non è la ricerca dell’eccesso che porterebbe all’uso della coca, quanto piuttosto un difetto della rappresentazione di sé ed un urgenza percepita di colmarlo. In particolar modo, spesso il paziente si sente isolato dal gruppo dei pari, sente una differenza tra sé e gli altri che tende a marcare un po’ confondendo il sentirsi “normali” con l’essere “speciali”. Così l’assunzione di cocaina diventa una “normalità” per colmare il senso di inadeguatezza: la vergogna più forte la si prova verso il personale gruppo dei pari e si è disposti ad agire una condotta criticata e disapprovata pur di farne parte, non tanto per emergerne. Si arriva al paradosso per cui la cocaina è legata alla necessità di nascondere parti di sé piuttosto che farle apparire, un consumo mosso dal bisogno di rendere invisibili le fragilità che poi però riemergono più forti e magari anche in un momento anacronistico. Il tema della vergogna apre il tema del fallimento, emozione che rimanda all’incertezza o ad una posizione precaria dove il giudizio degli altri (reale o più spesso presunto) è l’elemento determinante. In questa spirale di auto-denigrazione a volte maniacalmente negata, ritrovarsi in un “libro” (e in questo caso è molto semplice) o in un esempio è un modo drastico per iniziare a scollare la finta immagine ipertrofica di sé dalla realtà e smettere di appiopparle un giudizio: insomma, la base della bilancia motivazione e del cambiamento.

Glenda Galimberti

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