Ricomporre i pezzi: nuove speranze per l’Alzheimer

600.000 malati. Il 40% di chi se ne prende cura rinuncia al proprio lavoro e più del 60% non dorme a sufficienza. 11 miliardi di euro l’anno spesi per l’assistenza diretta e mediamente per paziente sono 70.587 comprensivi di quelli del SSN.

Questi sono solo alcuni dei numeri dell’Alzheimer aggiornati all’anno scorso. Per parlarne, se ne parla… tuttavia nessuno come chi ha davvero il malato in casa può comprendere quanto sia il peso di tale condizione. Tra le demenze sicuramente spicca sia per numero di casi che per quantità di assistenza richiesta, ma ad oggi sembra che si sia aperto uno spiraglio di speranza.

Non si sa ancora se possiamo definirla una prima cura sperimentale, ma un anticorpo monoclonale umano, denominato Biogen (aducanumab), sembrerebbe in grado di ridurre l’accumulo della famigerata beta-amiloide nel cervello, mostrando segni di rallentamento della progressione della malattia significativi nei pazienti trattati. Lo studio è stato pubblicato su Nature e racconta come questo anticorpo “insegni” al sistema immunitario a fronteggiare l’accumulo delle proteine cerebrali riconoscendone le placche. Questo anticorpo è stato isolato da persone sane che mostravano particolare resistenza al declino cognitivo, raggiungendo quello che viene definito “invecchiamento di successo”. E’ stato applicato su 165 persone con malattia di Alzheimer in stadio precoce e dopo un anno di trattamento le placche sembravano essere quasi totalmente regredite. Inoltre è stata notata una correlazione dose-effetto. Da un anno siamo entrati nella seconda fase della sperimentazione: è previsto il suo uso su 2700 pazienti con malattia da lieve a moderata e si concluderà alla fine di questo decennio. Restano da chiarire diversi aspetti che non sono stati riportati quali per esempio l’effettiva correlazione tra la scomparsa degli accumuli proteici e la remissione dei sintomi. Intanto, da bravi “pazienti”, non ci resta che attendere.

Glenda Galimberti

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