Sogni e… apprendimento – “Dormici su” non è solo uno modo di dire

Vi presento il primo di una serie di articoli dedicati al sonno, e ad i sogni in particolare, e la loro ripercussione nel trattamento e nella gestione dei disturbi psichiatrici. Avverto innanzi tutto che per la maggior parte non si tratterà di certezze ma di proposte e possibilità da sperimentare nel concreto, ma nel frattempo cominciamo da alcune considerazioni generali…

Avendo da sempre fatto sogni molto vividi e soprattutto incubi, mi era già chiaro che la mia vita onirica potesse influenzare quella diurna e non solo il contrario, ma essendo solo una mia supposizione e vivendo in un mondo in cui i sogni sono spesso screditati, non ho mai condiviso questa osservazione con alcuno. Poi arriva un libro di pubblicazioni scientifiche e tutto prende forma. Intanto c’è da dire che il nostro cervello non è quella macchina perfetta e così attenta che pensiamo: noi abbiamo bisogno di continue pause, di durata differente, non solo nelle ore notturne ma anche durante il giorno. Il cervello si occupa per la maggior parte del tempo di se stesso: soltanto una piccola frazione dei suoi neuroni sono effettivamente in contatto con il mondo esterno, tutto il resto è lì per rielaborare, creare connessioni ed organizzare. Tutto ciò comporta l’uso di almeno l’80% dell’energia cerebrale e, come un computer a cui vengono chieste troppe operazioni, si “impalla” facilmente qualora gli input siano troppo frequenti. Tuttavia non possiamo permetterci di schiacciare pisolini ogni volta che capita. Cosa accade quindi? Noi sbattiamo le palpebre con una frequenza molto maggiore rispetto a quelle che servirebbe alla normale lacrimazione: socchiudiamo gli occhi fino a venti volte al minuto.  In queste frazioni di secondo nel cervello si attivano le stesse aree cerebrali dell’inizio dell’addormentamento. Questo assortimento di pause viene definito in inglese come il default mode network e serve proprio per permettere al cervello di elaborare le informazioni finora immagazzinate, di volta in volta. Addirittura per noi è stancante guardare in modo continuativo e sulla corteccia occipitale, dove arrivano informazioni visive, solo una piccola parte delle afferenze arriva dalla retina. Il resto? Ovviamente interno. Al di là della domanda filosofica che queste osservazioni generano (sogno o son desto?) possiamo trarne considerazioni che hanno maggiori implicazioni pratiche: noi apprendiamo nel sonno. Non si tratta quindi di ore perse per re-settarsi, almeno non solo fisicamente. Il cervello durante il sogno, in particolare, ripercorre alcuni passaggi cruciali che si sono verificati durante la veglia. Il sonno riorganizza le tracce del passato, ci prepara a nuovi compiti e ci permette di acquisire conoscenza. Ma non solo: i sogni modificano il nostro carattere, espandono le nostre facoltà e, in sostanza, continuano il nostro sviluppo. Un esperimento molto interessante riguarda il gioco del Tetris: Robert Stickgold, biochimico, della Harvard University, ha sottoposto il suo campione a giocare al videogioco per qualche ora diurna, poi ad un gruppo permetteva di dormire tra una partita e l’altra, mentre a quello di controllo non era permesso. I dormienti riferivano, se svegliati, sogni riguardanti mattoncini che si incastravano: il cervello ripercorreva nelle ore di sonno varie possibilità di gioco, e di giorno le mettere in pratica con sorprendente miglioramento. Quanti interventi potremmo allora valutare, o ampliare grazie al sonno? Pensiamo a tutti quegli interventi educativi… BES, DSA, autismo… ADHD (che richiederà riflessioni a parte)… ma anche solo nella nostra scuola ordinaria. Non si dà mai così peso, se non negativo, alle pause scolastiche, ma alla luce di quanto detto possono essere importanti come le ore di lavoro. Nella scienza comportamentale ABA, principalmente sfruttata nei disturbi dello spettro autistico, si hanno in programma pause più o meno lunghe ma sono per lo più sfruttate al fine di una migliore compliance e di un rinforzo che permetta al paziente una maggiore aderenza al trattamento e quindi al raggiungimento dei risultati. Ora le vedo però sotto un’ulteriore luce: possono permettere a bambino, in particolare, di apprendere meglio. E chi non si chiederebbe quanto siano importanti le pause in un cervello autistico dopo aver definito il “nostro” come un affamato isolamento dal mondo esterno? Così anche nella dislessia e disturbi d’apprendimento: il cervello si affatica maggiormente. Perchè quindi negare pause anche brevi ma plurime? Una mia insegnate delle scuole elementari, che bene conosceva personalmente la sofferenza psichica, ci concedeva a fine lezione un quarto d’ora di rilassamento immaginativo guidato. Questo permetteva di imprimerci maggiormente le immagini (perché così sembra ragionare il cervello sognante) di quello che avevamo appena sentito a lezione: dettati, storie, parole… venivano rielaborati, in parte da noi e in parte in modo guidato da lei.

Nonostante il pionierismo, come spesso accade in queste situazioni sibilline, l’insegnante fu cacciata per “stranezza” e la ritrovai in sala d’attesa al CSM. Almeno fui capace, a distanza di 15 anni, di riportarle i risultati della sua buona intuizione.

 

Glenda Galimberti

 

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