Mandela Day e Integrazione : la realtà di PassaParola

Scriviamo questo articolo in relazione alla crescente e preoccupante discriminazione, su più fronti, degli “immigrati” (e non) degli ultimi anni. Anticipiamo subito che con la parola “immigrati” spesso si tende ad indicare stranieri che con “l’immigrazione” nel senso mass-mediatico del termine non hanno niente a che fare. Eppure ragazzi nati e vissuti in italia, magari da coppie “miste”, subiscono spesso questo stigma. Non si sentono minimamente stranieri. A volte non sono nemmeno bilingue, ma sono così costretti a sentirsi diversi nel loro paese e a volte anche in casa. Né carne, né pesce insomma. Poco più in là di questa realtà troviamo il ragazzo che chiede il permesso di soggiorno, arrivato in Italia già laureato e che non si azzarda a scendere dalla macchina di un volontario per prendere un gelato perché “si sente guardato male e non voluto”. Ovvio che tutto questo ai più scettici può sembrare scontato e certi diranno anche doveroso! Bene, facciamo allora un altro esempio, molto più lontano da noi. Namibia, 2017: ex colonia tedesca, uno degli stati meno popolati della terra, la cosiddetta “Svizzera d’Africa”. I bambini ti inseguono chiedendo caramelle… non le hai… gli proponi del pane: scappano. Nelle città sei visto male come bianco, qualcuno ti fa il medio passando. Chiedi informazioni al primo che vedi e in cambio richiede denaro, per averti indicato il supermercato più vicino. All’inizio pensi “Che posto di merda!” (per non dire altre cose…). Poi ti capita di vedere l’americano di turno, passare… prendere una manciata di caramelle e lanciarle ai bambini come fossero galline che aspettano il mangime… lasciare mance a caso per qualsiasi cosa… insomma il sogno americano di “Siamo qua per aiutare”. Invece no. Creiamo molto spesso i nostri circoli viziosi e sempre più spesso partono da noi.  Anche se poi ne addossiamo la colpa agli altri: sono loro che sanno solo chiedere elemosina, loro che non si vogliono adattare… Io penso che quella della Namibia sia un esempio di adattamento perfetto. Mal-adattamento ma comunque un cambiamento notevole c’è stato. Ora, tornando a noi… in occasione del Mandela Day, quest’estate, abbiamo collaborato con alcuni ragazzi che seguono le lezioni di una realtà reggiana poco conosciuta: PassaParola. Si tratta di un’associazione senza fini di lucro, creata nel 2004 in risposta ad un bisogno di “alfabetizzazione” di africani che si trovavano in Italia per lavoro. L’associazione impartisce lezioni di italiano agli stranieri, ed è creata ovviamente da volontari. Avendo una vita di circa 14 anni, chi ne fa parte ha potuto assistere e conoscere da vicino il fenomeno migratorio. A questo proposito abbiamo chiesto di fare due chiacchiere con la volontaria Paola Mistrali, oltre tutto insegnante di storia. Paola ci spiega che l’iniziale migrazione faceva fronte ad una effettiva richiesta di lavoro da entrambe le parti: era un’immigrazione lavorativa, che prevedeva stage in azienda per future assunzioni. Questa ha visto molto impegnata la provincia di Reggio Emilia che, all’epoca, assorbì tutti i lavoratori con contratti consoni. I principali attori della migrazione erano africani sub-sahariani. Dopo ciò seguì il flusso di manodopera dell’est. Le donne che si prestavano per accudire gli anziani, anche stavolta, vennero interamente assorbite nel substrato lavorativo perché proponevano un servizio nuovo, che la popolazione italiana invecchiata richiedeva ma che non era ancora stata in grado di fornire. Ovviamente erano tempi di benessere economico per l’Italia e nessuno di questi movimenti destò preoccupazione alla popolazione. Gli stranieri non suscitavano domande, anzi. Uno dei primi ad approdare a Reggio venne interrogato in dialetto da un autoctono iniziando con “Cosa ci vieni a fare qua che non c’è niente?”. Non c’era malizia nella domanda, solo stupore. Ad oggi non si può dire altrettanto. In molti casi, prima, la gente non se n’era nemmeno resa conto. Pensavo fosse scontato che il cambiamento si sarebbe avuto in concomitanza con l’attentato alle Torri Gemelle. Invece Paola mi smentisce: molto dopo. Una parte di insofferenza venne dalla crescente burocrazia. Il cittadino si sentì prendere di mira in casa propria da fuoco amico e diventò sempre meno paziente nei confronti del prossimo, che, in questo caso, era ancora quello che si considerava connazionale. Dopo la prima ondata migratoria, spesso ci fu un ricongiungimento famigliare che portò donne (nel primo caso) e uomini (nel secondo) a seguire i coniugi. Il Governo Italiano ha stipulato patti con l’UE per una normale migrazione di richiedenti asilo. Il fenomeno ha iniziato a far ballare i media quando a questo si è sovrapposta la crisi economica. All’inizio non c’era fastidio per nessuna caratteristica di diversità: né religiosa, né tanto meno culturale. L’Italia venne individuata come Paese soprattutto di passaggio e di trampolino per l’Europa, ma questa informazione non passò ai cittadini, sempre più preoccupati dell’andazzo della situazione economica nazionale. Tuttavia non si può stabilire un esatto momento in cui la xenofobia prese piede in moto netto: fu un passaggio graduale e questo ci permette di dire, con più sicurezza, che quindi ci fu una “istruzione” a tale comportamento. La migrazione, riprende Paola, non è per niente tutta araba né tanto meno musulmana, anzi. In questo contesto delle voci si sono fatte largo tra la folla facendosi “profeti” senza tener conto di numeri e realtà odierni dell’immigrazione. Dulcis in fundo: sono aumentati i conflitti e le guerre. Sappiamo, in gran parte, che la popolazione combattente non si è certo armata da sola, vivendo anche in Paesi in via di sviluppo che non si sarebbero potuti permettere un simile mercato. Alla luce di ciò sembra ovvio che alla base ci siano interessi e non  delle nazioni del Terzo Mondo bensì di quelle già sviluppate. Nonostante possa sembrare complottista, a mente lucida e sangue freddo chi di noi potrebbe ritenersi felice di una guerra civile creata da stereotipi?

 

Glenda Galimberti

Paola Mistrali

 

 

Annunci