DOC – breve storia di una lunga ossessione

 

Uno dei corti maggiormente rappresentativi di quello che può essere il Disturbo Ossessivo Compulsivo. Non solo sapone, non solo “precisione”. Quando si manifesta in maniera chiara e conclamata è tutt’altro che puro perfezionismo: è prima di tutto sofferenza. Pochi però la pensano in questi termini. Un po’ perché è difficile descriverlo nei dettagli, un po’ perché, chi lo ha vissuto in prima persona, fa fatica a tornare con la mente a quei vissuti. Il corto precedente illustra bene questa fatica e ci obbliga a sentirla guardandolo. Certo un sorriso scappa, ma nel frattempo hai già ben toccato con mano il grado di ansia.  Anche perché, in realtà, ognuno di noi ha sperimentato qualche volta la stessa sensazione: non riuscire a smettere di “sentire in testa” un ritornello, avere dei dubbi sull’aver lasciato acceso il gas o aperta la macchina… e altre cose similmente piacevoli. Ovviamente sono esempi limitati. Il DOC ha caratteristiche di intrusività molto maggiore come anche di frequenza di questi fenomeni. L’ossessione, infatti, riguarda un’immagine mentale, un pensiero, un ricordo, un sentimento, un impulso che si intromette nel normale “scorrere cognitivo” della persona e per tale motivo viene interpretata come intrusiva ed spesso egodistonica (non coincidente con i principi morali o percepito non coerente con sé). Quest’ultima caratteristica differenzia il DOC dal Disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, con cui spesso è confuso, nel quale, invece, i rituali sono egosintonici e spesso la persona non lamenta di volersene liberare. La compulsione è invece quel comportamento, ritualistico, messo in atto dalla persona per tener a freno l’ossessione. Questo rituale, che ovviamente è la parte evidente del disturbo, si differenzia molto da persona a persona e può andare dal “comune” pulire, all’ordinare, al controllare varie volte, al contare e fare certe precise somme ma anche pregare. Nonostante il disturbo sia focalizzato sul controllo, la persona ha spesso paura di perderlo anche in riferimento alle proprie azioni e di frequente rimugina su contenuti aggressivi sia auto che etero diretti. So che suona brutto scritto in questo modo. Non vuole essere certo un cartello “Attenti all’ossessivo!”, ma un riportare statistico che inquadri il livello di ansia (non a caso il DOC, fino al DSM-IV TR, era inserito dentro questa categoria di disturbi). Oggi, con il DSM-5, il DOC trova uno spazio a parte, con una “categoria” tutta propria. Riguardo alla sua storia, però non si può dire molto. Fino al Cinquecento si pensava che tali comportamenti fossero dovuti a possessione demoniaca. Da qua si può facilmente intuire la natura del trattamento. Certo non era poi una deduzione così stramba: la persona che ne soffriva riportava i sintomi dell’ossessione come pensieri non suoi… quasi alla stregue di voci. In tutto questo, chi soffre di DOC ha la consapevolezza di insensatezza dei pensieri intrusivi e dei rituali, ma ha anche l’urgenza di compierli. Il primo a descrivere cosa gli stava succedendo fu, nel Seicento, John Bunyan, teologo e scrittore inglese. Successivamente Freud gli attribuì conflitti inconsci. Retrospettivamente alcune diagnosi furono fatte a personaggi famosi quali: Martin Lutero, Charles Darwin e Nikola Tesla, giusto per citarne alcuni.  Ad oggi il trattamento di elezione è la Terapia Cognitivo Comportamentale, spesso unita a prescrizioni farmacologiche utili a contenere i livelli ansiosi e lo stress.

 

Glenda Galimberti

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