Effetto Mozart, apprendimento e deficit

La voce esprime solo ciò che l’orecchio può sentire.

Si tratta della cosiddetta prima legge di Tomatis, otorinolaringoiatra francese che osservò che i suoni che non erano percepiti dall’orecchio non potevano nemmeno essere riprodotti vocalmente. Inizialmente i suoi studi erano indirizzati al miglioramento ed al recupero dell’ascolto in musicisti professionisti che avevano sviluppato una sordità professionale, come nel caso di alcuni cantanti lirici le cui voci avevano danneggiato i muscoli dell’orecchio medio o di oboisti, diventati sordi per la frequente pressione. Tuttavia, dopo questo iniziale approccio, i suoi studi si estesero a autismo, dislessia, depressione e schizofrenia, applicando il suo originale metodo di trattamento. Tomatis coniò il termine che non ha nulla a che vedere con quanto riportato da Campbell, sotto lo stesso nome, ovvero che l’ascolto della musica di Mozart possa alzare i QI. Tomatis, infatti, utilizzava Mozart, la voce della madre dei pazienti e a volte i canti gregoriani per il recupero della funzioni dell’orecchio medio e consentire all’ascoltatore di recuperare frequenze perdute. Il metodo ricevette numerose critiche, ma l’Unine Europea ne finanziò il progetto in Polonia. Tomatis seguì, con lo stesso approccio, anche personaggi come Maria Callas, Sting e Depardieu. Ad oggi non si sa se effettivamente possa esistere uno di questi “effetti Mozart” nel concreto. Si sa, però, che nel 1993 uscì su Nature un articolo che riportava i benefici dell’ascolto della sua musica poteva migliorare le abilità visuo-spaziali e la capacità di espressione. Questo effetto positivo non si estendeva però a più di un quarto d’ora dopo l’ascolto. Altri esprimenti hanno messo alla prova tale asserzione, trovando sempre un effetto positivo anche se non duraturo nel tempo. La cosa interessante è che tale effetto sembrava corrispondere maggiormente all’ascolto della musica mozartiana e non di altri autori. Solo alcune opere di Bach potevano competere. Sembra che la struttura stessa con cui è stata scritta la musica di Mozart abbia a che fare con il suo effetto a livello cerebrale. Tra le tante ipotesi quella che si avvicina di più al verosimile è che la ripetizione di pattern variati, più volte in un unico brano, possa portare il cervello a doversi ri-settare continuamente, durante l’ascolto, favorendo maggiore plasticità cerebrale. La variazioni su tema sono la particolarità di Bach e Mozart, con una cadenza abbastanza costante. Altra variante, non ancora studiata in ambito delle neuroscienze ma in quello delle matematiche, è al simmetria delle composizioni: Mozart prediligeva una scrittura simmetrica, anche visivamente sullo spartito ed era  in grado di ricordarsi a memoria, dopo averlo sentito una sola volta, un intero concerto perchè ne vedeva (letteralmente) la forma simmetrica. Perchè la simmetria? Beh, guardiamoci intorno… vediamo qualcosa non lo sia nella nostra vita? Certo, esiste… la milza è una sola… ma solitamente tutto ha una formazione spaziale e geometrica ben precisa. Dalla risonanza magnetica sembra che solo la musica di Mozart sia in grado di attivare le aree cerebrali deputate alla visione, al coordinamento motorio fine e dell’elaborazione.

Il maggior interesse per questo presunto effetto si ebbe negli USA, il cui amore per la misurazione e il miglioramento del QI sono un po’ sfuggiti di mano.

Tutto rimane per ora molto vago, nonostante sia applicato in alcuni casi ed approcci educativi, però vi dirò questo: sono da 10 anni sulla stessa sonata… e non centro sempre la serratura.

 

Glenda Galimberti

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