Mind the mhGap, ovvero: perchè parlate di DSM se non ne sapete un cazzo?

Scusate, so che suonano male le parolacce, soprattutto in un titolo, ma trovo molto più disgustoso il sempre crescente discorso qualunquista sui disturbi mentali e la disinformazione che vi ruota attorno.

Sei in aeroporto e non sai cosa fare. Prendi una rivista. Magari su un argomento che potrebbe interessarti, lavorativamente parlando. Bene, prendiamo questa: BBC Scienze. Si presenta interessante… parla di cervello e… attenzione! Ha pure un articolo sulla salute mentale. Figo. Pagine da 71 a 75 per la precisione, del numero intitolato “Le meraviglie del cervello”. Ora: ammetto che dopo la prima colonna l’articolo si riprende un po’. Ma infatti il problema non è tanto l’articolo, è riprendersi dopo aver letto le prime righe: ” dicono che tra sanità mentale e folli corra una linea sottile. Nel 2013 questa linea è diventata ancora più vaga, grazie alla pubblicazione di un libro.Il DSM”. Si ho citato testualmente. Dopo un po’, fortunatamente, scriveranno che non è stata un’invenzione degli ultimi anni e che ha una sua storia, ma intanto messo così è più che fraintendibile. Ma passiamo oltre a questa piccola “svista”. L’articolo prende poi “in esame” le nuove categorie diagnostiche proposte dal DSM-5 (senza soffermarsi troppo sui criteri, ovviamente) facendo leva su quello che da tempo molti clinici preoccupati andavano sbandierando in giro: “anche il lutto diventerà una malattia”, “saremo tutti matti”, “snaturiamo il dolore con il nuovo DSM” ecc… Riporto letteralmente: “essere sopraffatti dal dolore quando muore una persona amata è ora diagnosticato come Grave disordine depressivo”. Segue poi il solito dibattito tra chi dice che il DSM è una proposta e va migliorato e chi invece sostiene che sia un’azione di marketing finanziata dalla industrie farmaceutiche. Per non prendere nessuna posizione (in senso ironico si intende) chi si è preso la briga di scrivere l’articolo butta giù frasi del tipo: “l’idea è che lo psichiatra confronti ciò che dice il paziente con le schede per trovare un’etichetta corrispondente”. Praticamente cosa vuoi? Dopo 11 anni di medicina uno è finalmente abilitato a fare il bibliotecario e a catalogare le persone secondo il suo gusto personale. Nulla contro i bibliotecari, ci mancherebbe. Ma ragioniamo un attimo: se uscisse un libo dove si dice che tutte le persone con gli occhi azzurri sono più stupide, voi ci credereste? Voglio dire, ammettiamo per assurdo che il DSM non abbia nulla a che fare con la salute e che sia effettivamente quello che i complottisti pensano che sia… c’è per caso qualche legge che ci impone di usarlo? Ma poi…. questi brillanti scrittori di articoli “scientifici” hanno idea di che manuali si usino in psichiatria? Dopo poco mettono nel calderone dei manuali “facili” anche l’ICD-10, ancora non toccato da altre critiche, giusto per specificare quanto sia facile fare di tutta l’erba un fascio. Altra bella notizia: “la verità è che non sono ancora test di laboratorio per diagnosticare in modo certo e inequivocabile condizioni di disagio mentale come la depressione”. La scoperta dell’acqua calda, insomma. Se da una parte nell’articolo si attacca il DSM per aver classificato indegnamente le persone senza prendere in esame la diversità del singolo, dall’altra è espresso che nulla può essere verificato di quello che una persona porta come sofferenza. Ma dai? Non è forse questa la prerogativa della psicologia e della psichiatria? Che non esistono segni ma solo sintomi riportati? Certo che ogni persona è diversa e soffre in modo diverso ma noi, guarda caso, le chiamiamo comunque tutte persone. Ci sarà un motivo. Ogni frattura è a sè ma viene comunque indicata come una frattura. Si, c’è una riga che dice che il manuale è un tentativo di miglioramento del servizio e di unificazione del trattamento secondo quelle che sono le più recenti scoperte nel campo. Ma si tratta, appunto, di una riga a cui segue un articolo specifico sulle dipendenze: “amare la vostra pregevole collezione di vinili potrebbe sembrare un’innocua nostalgia, ma quando si spinge troppo oltre il DSM la considera follia. Le precedenti edizioni ponevano il collezionismo come un sintomo del Disturbo Ossessivo Compulsivo ma il DSM-5 gli attribuisce una categoria tutta per sè. Il sintomo maggiore del “disordine da accumulo” è la persistente ritrosia a separarsi dagli oggetti che si posseggono e si stima che circa il 5% della popolazione ne sia affetta. Questo significa che solo in Italia circa 3 milioni di individui precedentemente normali ora sono potenzialmente malati di mente”.

Ma… ne vogliamo parlare? Ma ci si rende davvero conto di quello che si afferma? Innanzi tutto un criterio non fa la malattia e cosa c’entra il disagio e l’ansia dalla separazione di oggetti con il collezionismo? Inoltre la statistica non significa proprio un bel niente. Dire 5% della popolazione non equivale a dire l’esatta percentuale in Italia. Mia nipote di 5 anni potrebbe spiegarglielo. Appunto perchè ci sono diversità anche culturali, la frequenza del disturbo può tranquillamente avere una distribuzione non uniforme. Inoltre, se siamo così poveri dentro da definire “malati” delle persone che prima si credeva essere sane solo perchè è stato pubblicato un libro… è davvero tempo di estinguersi. Certo, viene ripetuto all’interno dell’articolo che nessuno mette in discussione l’esistenza o meno dei disagi psichici, però nessuna parola su quanto questi possano gravare sulla vita di una persona. Se un vostro amico che ha perso un caro decide di rivolgersi allo psichiatra o a una figura del settore non è certo perchè ha letto il DSM. Crediamo davvero che delle persone specializzate abbiano così poco criterio da doversi affidare ciecamente ai criteri?

 AH, dimenticavo: perchè mhGAP? Ma ovviamente perchè in tutto questo la soluzione ci viene comunque fornita: un nuovo manuale con solo 11 categorie. E dire che pensavo che per loro le persone fossero tutte differenti…

 

Glenda

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